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IN SINTESI

 

Artista creativo eclettico, ricercatore musicale e spirituale.

E dopo tanti anni di attività con migliaia di esibizioni live e collaborazioni con centinaia di musicisti, la dedizione all’ Arte delle note continua a spingermi nella direzione della conoscenza .

Ho spaziato dall’etnico al jazz con partecipazioni a decine di album, quasi sempre con musiche di mia composizione.

Scrivo e dirigo spettacoli teatrali.

Mi diletto a scrivere romanzi di fantascienza ed essere videomaker indipendente.

BIOGRAPHY

PICCOLA STORIA DI ME

 

Sì, sono nato in un posto meraviglioso, il Lago di Garda. Chi lo conosce lo sa.

A sette anni mi sono esibito in pubblico per la prima volta. Studiavo pianoforte già da due anni, era il mio primo saggio e l’unico ricordo che conservo è la paura di salire sul palco.

Avevo già vinto il mio primo concorso di pittura, una gita premio sull’imbarcazione “il Burchiello” lungo il Brenta, avevo una piccola biblioteca personale in cui facevano bella mostra: “Una città galleggiante”, “20.00 leghe sotto i mari” e “Michele Strogoff” di Giulio Verne ed ero stato l’oggetto di uno studio psicologico infantile per una tesi di laurea.

Avevo già smontato un sacco di oggetti e giocattoli che per la maggior parte non ero riuscito a rimontare, ma tra il dispiacere e le lacrime poi l’ho imparato a fare.​

Non è che mi piacesse tanto suonare quei brani di Czerny e Shumann che tutti i pianisti incontrano all’inizio del percorso. Mi piacevano invece gli esercizi tecnici dell’Hanon, ma mi impegnavo di più per trovare soluzioni autonome, cercando di suonare a orecchio canzonette o qualunque brano mi colpisse.

Ascoltavo tanta musica e leggevo molto, visto che in casa c’erano centinaia di dischi tra opere, 45 giri, musica strumentale e anche centinaia di libri, i soliti classici della letteratura: Iliade, Odissea, Orlando Furioso, Taras Bulba, Promessi Sposi, Guerra e Pace, Orgoglio e Pregiudizio.

Un disco con le Ouvertures di Rossini mi piaceva un sacco e la mia preferita era  “La Gazza Ladra”. Passavo dalla marcia trionfale dell’Aida a Celentano, dai Beatles a Rita Pavone. Mi piaceva tutto, mica sapevo che gli “esperti” distinguevano tra musica di serie A, di serie B, C, D… per me era lo stesso, e così è rimasto.

Fu una soddisfazione riuscire a tirare giù dal disco la parte di pianoforte di “Lady Madonna” e anche gli accordi di “A whiter shade of pale” e de “il Primo giorno di Primavera”. Percepivo cose oltre la melodia: sentivo le linee di basso, i movimenti armonici, le frasi dei fiati e già a otto, nove anni sapevo ricantare molti assoli. Non ho mai imparato le parole di nessuna canzone, non mi apparivano importanti.

Alle medie trovai compagni di classe che suonavano e decidemmo di fare una band. Ci riuscimmo in prima liceo. Qualcuno mi fece sentire Jimi Hendrix, Cream e Vanilla Fudge. Rimasi folgorato, quella roba lì volevo imparare a suonare!

Mi ero innamorato della batteria e riuscii a farmene regalare una per la promozione, faceva schifo. Era uno strumento vecchissimo, di prima della guerra, con la cassa stretta e alta; mio padre lo aveva pagato 4.000 lire, poco anche allora. Una volta portata a casa, mi accorsi di non avere nemmeno un’idea di come si facesse a suonarla, però ero sicuro che una logica doveva esserci. Mi misi ad ascoltare un po’ di dischi per cercare di capire qualcosa e un paio di giorni dopo ecco l’illuminazione! Galeotto fu “Il ballo di Simone”: rullante sul 2 e sul 4, hi-hat in ottavi, cassa prima una semiminima sull’1 e poi due ottavi sul 3.

Ma allora… così era facile, mi dissi! Annotai una serie di ritmi tirati giù da vari dischi e pensai: so suonare la batteria! Benedetta ignoranza. Me ne accorsi un paio di settimane dopo quando un batterista provetto venne a casa e mi fece vedere un po’ di cose… Non ne sapevo ripetere una.

La prima band si chiamava “Le nuove anime”, disegnai una scritta in stile psichedelico sulla cassa ed eravamo pronti.

A sedici anni la prima band seria, avevamo tanta voglia, costumi, attrezzatura valida, repertorio anticommerciale. Non ci notò nessuno, però iniziai l’esperienza del suonare in concerto.

Nel 1972, a diciassette anni, iniziai a suonare con quelle orchestre tuttofare che giravano il Paese. Con quelli si suona di tutto e imparai un sacco di cose: dal repertorio del liscio romagnolo agli standard jazz come “Cheek to cheek” e “Autumn leaves”, dall’R&B al repertorio da veglione di San Silvestro.

Ricordo le esperienze  particolari con gli artisti del circo, dove la batteria ha un ruolo importante. Oltre a suonare i brani che si succedono in scaletta il batterista deve accentare tutti i movimenti di scena: dalla bicicletta che va su una sola ruota alle scimmiette che corrono intorno, dai clown che spaccano qualcosa ai pappagallini che spingono un’automobilina... Non ce la facevo a fare due cose, o sbagliavo di qua o sbagliavo di là. Gli artisti si arrabbiavano (non hai fatto il rullo quando la clava è andata in alto!). I musicisti si arrabbiavano (sei andato fuori tempo!). Poi ho imparato a sdoppiarmi e ad accentare i movimenti senza andare fuori con la musica.

Mi sarebbe servito per sempre!

Nel 1973 iniziai a suonare con i LOG2, una band che diventerà una famiglia e continuerà ad esistere con gli stessi componenti fino a marzo 2020, anno in cui il direttore musicale Eugenio “Gege” Giordani è ritornato spirito, lasciando un vuoto incolmabile in tutti noi.

Alla fine degli anni ’70 ero stufo di fare almeno centocinquanta date all’anno con musiche di cui non mi fregava niente, anche se l’esperienza di suonare come gruppo spalla con tanti artisti è significativa: si faceva sempre jam durante il soundcheck, che bel ricordo.

Non potrò mai dimenticare l’emozione di fare da spalla ai Gentle Giant, la più grande progressive band di sempre. Nei camerini ci fecero pure i complimenti, bontà loro. Pensavamo che scherzassero, e forse era vero.

Mentre la mia collezione di dischi e libri si arricchiva continuamente, sono partito per fare il militare, rimandato precedentemente causa università. Ascoltavo molta sinfonica, amavo l’orchestra. Ascoltavo un sacco di jazz del periodo anni ’60 come il quartetto storico di John Coltrane e il “Golden quintet” di Miles Davis. Molto jazz-rock: Mahavishnu Orchestra, Return to Forever, Lifetime. Del rock ero già stufo a 17 anni, ero innamorato di Deep Purple e Led Zeppelin, ma non sopportavo quello che era venuto dopo, come quei gruppi pomposi tipo Genesis.

Mi ero iscritto al Conservatorio per studiare Musica Elettronica con Walter Branchi, ascoltavo lavori di Karl Heinz Stockhausen, John Cage, György Ligeti, e scoprivo la musica barocca. Fui istantaneamente ipnotizzato quando sentii per la prima volta i Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach a Bologna, in casa di qualcuno. Due giorni dopo, tornato a casa, comprai il cofanetto dei sei concerti nell’edizione Archiv suonati da Karl Richter, pagandolo 70.000 lire, un capitale! Da allora ho continuato a comprarne edizioni diverse e sono in possesso anche dello score completo. Di sicuro il Concerto Brandeburghese numero 3 è il brano che ho sentito più volte in vita mia.

Iniziai a scrivere musica, partendo con materiale complesso: il primo brano "Missis Fi" ha già un’armonia complicata, non si scherza niente. E ne disegnai anche l'etichetta...

Poi ne ho scritti a centinaia, perché mi venivano, ma soprattutto per commissione.

Nel 1980 ho pubblicato il mio primo disco “GiaroMarongiu”, un vinile in collaborazione con Paolo Giaro: qualche passaggio in radio, qualche recensione sui giornali specializzati ed è finita lì. Poi verso la fine degli anni ‘90 cominciano a telefonarmi per sapere se ne ho ancora qualche copia, io sono esterrefatto, che succede? Di copie ne ho tre o quattro ma le tengo per ricordo, questi invece ne volevano cinquanta, cento. Mi chiama un amico Dj, mi racconta che qualcuno ha riscoperto il disco a Londra dopo averlo trovato in una bancarella dell’usato. Comincia a trasmetterlo, piace, diventa cult, tutti ne sono a caccia, il prezzo sale. Viene descritto da una rivista specializzata inglese come uno tra i dieci migliori dischi di Acid Jazz di tutti i tempi. E pensare che quando Paolo ed io lo registrammo non esisteva il termine Acid Jazz…

Da questa esperienza ho imparato che noi italiani non sappiamo valorizzare le nostre cose, ma se l’input viene dall’estero allora… Ancora oggi il disco si trova in vendita in siti giapponesi, brasiliani, cecoslovacchi e chissà dove. Ma il prezzo non è più alle stelle, visto che con 30 - 40€ si porta via.

Negli anni ’90 ho scoperto la mia attitudine alla musica olistica. Con la band “Codice Nuovo” abbiamo realizzato tre CD (link) e tenuto tanti concerti a livello nazionale. Di questi ricordo la partecipazione all’evento di Trance Dance di Varazze organizzato dall’Osho Meditation Center.

Dal 2020 con la produzione di musica olistica ho esplorato nuovi territori creando una collana di musiche spirituali (link).

Alcune di queste sono utilizzate presso la Soul Quest Ayahuasca Church of Mother Earth Inc. di Orlando - Florida - USA.

Nel corso degli anni mi sono occupato di musica in qualità di compositore, arrangiatore e polistrumentista, e ne ho scritta eh!…

Brani in forma di canzone popolare, brani più complessi per orchestra e big-band, brani per piccoli gruppi, musiche per balletti e teatro, musiche per documentari televisivi su supporti VHS e DVD, musiche per siti web e musiche sperimentali.

Ho composto jazz e fusion, due opere, pezzi etnici e balcanici.

Amici mi chiedono perchè non scrivo canzonette per diventare ricco e famoso, ma credo proprio di non saperlo fare...

Con la crescita delle esperienze mi sono cimentato come sceneggiatore, regista e videomaker, scrivendo spettacoli teatrali e opere in costume con musiche originali di stampo medievale rinascimentale. E per non togliersi niente sono pure scrittore dilettante, fotografo, scultore e pittore.

Quando penso a me stesso mi definisco un artista e performer ma soprattutto un polistrumentista che suona e scrive musica spaziando tra i generi, sperimentando Arte, Scienza e Mistero nella percezione che tutto è profondamente connesso…

E la storia continua.

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