
BIOGRAPHY




Riccardo Marongiu©
Esploratore indipendente della totalità
Multiartista, compositore, arrangiatore, polistrumentista
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CENNI BIOGRAFICI
Sono nato in un posto meraviglioso, il Lago di Garda. Chi lo conosce sa di cosa sto parlando.
Da subito ho iniziato a smontare oggetti e giocattoli per capire come erano fatti, piangendo perché non riuiscivo a rimontarli ma poi, tra il dispiacere e le lacrime l’ho imparato a fare. ​
A sette anni mi sono esibito in pubblico per la prima volta. Studiavo pianoforte già da due anni, era il mio primo saggio e l’unico ricordo che conservo è la paura di salire su un palco. ​
Non è che mi piacesse tanto suonare quei brani di Czerny e Shumann che tutti i pianisti incontrano all’inizio del percorso. Preferivo andarmene in giro per le campagne. Mi piacevano invece gli esercizi tecnici dell’Hanon, ma il mio massimo impegno era trovare soluzioni autonome, cercando di suonare a orecchio canzonette o qualunque brano mi colpisse.
Ascoltavo tanta musica e leggevo molto, in casa c’erano centinaia di dischi tra opere, 45 giri poi, musica strumentale e anche centinaia di libri, classici della letteratura: Iliade, Odissea, Orlando Furioso, Taras Bulba, Promessi Sposi, Guerra e Pace, Orgoglio e Pregiudizio.
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Un disco con le Ouvertures di Rossini mi piaceva un sacco, la mia preferita era “La Gazza Ladra”. Passavo dalla marcia trionfale dell’Aida a Celentano, dai Beatles a Rita Pavone. Mi piaceva tutto e non sapevo che gli “esperti” distinguevano tra musica di serie A, di serie B, C, D… per me era lo stesso, e così è rimasto.
Fu una soddisfazione riuscire a tirare giù dal disco la parte di pianoforte di “Lady Madonna”, gli accordi di “A whiter shade of pale” e de “il Primo giorno di Primavera”. Percepivo cose oltre la melodia: sentivo le linee di basso, i movimenti armonici, le frasi dei fiati e già a otto, nove anni sapevo cantare molti assoli. Non ho mai imparato le parole di nessuna canzone, non mi apparivano importanti.
​Guardando Gegè Di Giacomo mi innamorai della batteria. Riuscii a farmene regalare una per la promozione e faceva davvero schifo: era uno strumento vecchissimo, con la cassa stretta e alta, pagato 4.000 lire. La portai a casa senza avere nemmeno un’idea di come si suonasse, però ero sicuro che una logica doveva esserci. Mi misi ad ascoltare un po’ di dischi per cercare di capire qualcosa e in un paio di giorni ecco l’illuminazione! Galeotto fu “Il ballo di Simone”: rullante sul 2 e sul 4, hi-hat in ottavi, cassa prima sull’1 e poi due ottavi sul 3. Era facile, mi dissi! Annotai una serie di ritmi tirati giù da vari dischi e pensai: so suonare la batteria! Ma un paio di settimane dopo ci fu lo smacco. Un batterista provetto venne a casa e mi fece vedere un po’ di cose: non ne sapevo ripetere una.
Alle medie trovai compagni di classe che suonavano e decidemmo di fare una band. Ci riuscimmo in prima liceo, suonavamo qualche canzone, poi qualcuno mi fece sentire Jimi Hendrix, Cream e Vanilla Fudge. Rimasi folgorato!
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A sedici anni la prima band seria, avevamo tanta voglia, costumi, attrezzatura valida, repertorio anticommerciale. Non ci notò nessuno, però iniziai l’esperienza del suonare in concerto.
Avevo diciassette anni quando iniziai a suonare con quelle orchestre tuttofare che giravano il Paese. Un vero e proprio lavoro, suonando di tutto imparai un sacco di cose: dal repertorio del liscio romagnolo agli standard jazz come “Cheek to cheek” e “Autumn leaves”, dall’R&B al repertorio da veglione di San Silvestro.
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Ricordo esperienze particolari come con gli artisti del circo, dove la batteria ha un ruolo importante, oltre a suonare i brani che si succedono in scaletta il batterista deve accentare tutti i movimenti di scena: dalla bicicletta che va su una sola ruota alle scimmiette che corrono intorno, dai clown che spaccano qualcosa ai pappagallini che spingono un’automobilina... Non ce la facevo a fare due cose, o sbagliavo una o sbagliavo l’altra. Gli artisti si arrabbiavano (non hai fatto il rullo nel punto giusto!) I musicisti si arrabbiavano (sei andato fuori tempo!). Poi ho imparato a sdoppiarmi e ad accentare i movimenti senza andare fuori tempo con la musica. Mi sarebbe servito per sempre!
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Nel 1973 iniziai a suonare con i LOG2, una band che diventerà una famiglia e continuerà ad esistere con gli stessi componenti fino a marzo 2020, anno in cui il direttore musicale Eugenio “Gege” Giordani è ritornato spirito, lasciando un vuoto incolmabile.
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Alla fine degli anni ’70 ero stufo di fare centocinquanta date all’anno suonando musiche di cui non me ne fregava niente, anche se ho ricordi significativi come il suonare come gruppo spalla con tanti artisti nazionali ed internazionali: si faceva sempre jam durante il soundcheck, fantastico!
Non potrò mai dimenticare l’emozione di fare da spalla ai Gentle Giant, la più grande progressive band di sempre. Nei camerini ci fecero pure i complimenti, ma non ho mai capito se scherzassero.
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Mentre la mia collezione di dischi e libri si arricchiva continuamente, partii per fare il militare, faccenda rimandata in precedenza causa università. Ascoltavo molta sinfonica del novecento, amavo il suono dell’orchestra, un sacco di jazz del periodo anni ’60 come il quartetto storico di John Coltrane e il “Golden quintet” di Miles Davis, ma soprattutto jazz-rock: Mahavishnu Orchestra, Return to Forever, Lifetime. Del rock ero già stufo a 17 anni, dopo l’innamoramento di Deep Purple e Led Zeppelin non sopportavo quello che era venuto dopo, come quei gruppi pomposi tipo Genesis.
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Mi ero iscritto al Conservatorio per studiare Musica Elettronica con Walter Branchi, ascoltavo lavori di Karl Heinz Stockhausen, John Cage, György Ligeti, e scoprivo la musica barocca. Fui istantaneamente ipnotizzato quando sentii per la prima volta i Concerti Brandeburghesi a Bologna, in casa di qualcuno. Due giorni dopo, tornato a casa, comprai il cofanetto dei sei concerti nell’edizione Archiv suonati da Karl Richter, pagandolo 70.000 lire, un capitale! Da allora ho continuato a comprarne edizioni diverse, compreso lo score completo.
Sono certo che il Concerto Brandeburghese numero 3 è il brano che ho sentito più volte in vita mia.
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Iniziai a scrivere musica, partendo con materiale complesso: il primo brano "Missis Fi" ha già un’armonia complicata. Poi ne ho scritti a centinaia, perché mi venivano ma anche per commissione.
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Nel 1980 ho pubblicato il mio primo disco “GiaroMarongiu”, un vinile in collaborazione con Paolo Giaro: qualche passaggio in radio, qualche recensione sui giornali specializzati ed è finita lì. Poi verso la fine degli anni ‘90 arrivano telefonate per sapere se ho ancora qualche copia, io mi chiedo che succede? Di copie ne ho tre o quattro ma le tengo per ricordo, questi invece ne volevano cinquanta, cento. Mi chiama un amico Dj, mi racconta che qualcuno ha riscoperto il disco a Londra dopo averlo trovato in una bancarella dell’usato. Comincia a trasmetterlo, piace, diventa cult, tutti ne sono a caccia, il prezzo sale a quasi 200 dollari. Viene descritto da una rivista specializzata inglese come uno tra i dieci migliori dischi di Acid Jazz di tutti i tempi.
E pensare che quando Paolo ed io lo registrammo non esisteva il termine Acid Jazz…
Da questa esperienza ho imparato che noi italiani non sappiamo valorizzare le nostre cose, ma se l’input viene dall’estero allora… subito provinciali ed esterofili. Ancora oggi il disco si trova in vendita in siti giapponesi, brasiliani, cecoslovacchi e chissà dove. Ma il prezzo non è più alle stelle, visto che con 30 - 40€ si porta via.
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Negli anni ’90 ho scoperto la mia attitudine alla musica olistica. Con la band “Codice Nuovo” abbiamo realizzato tre CD e tenuto tanti concerti a livello nazionale. Di questi ricordo la partecipazione all’evento nazionale di Trance Dance di Varazze organizzato dall’Osho Meditation Center.
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Negli anni ho scritta brani in forma di canzone popolare, brani più complessi per orchestra e big-band, brani per piccoli gruppi, musiche per balletti e teatro, musiche per documentari televisivi su supporti VHS e DVD, musiche per siti web e musiche sperimentali.
Ho composto musica jazz e fusion, due opere, pezzi etnici e balcanici.
Qualcuno mi chiede perchè non scrivo canzoni per diventare ricco e famoso, ma io proprio non so rispondere... quello che so è che la mia produzione è destinata ad un pubblico di nicchia.
Suono e scrivo spaziando tra i generi, sperimentando Arte, Scienza e Mistero nella percezione che tutto è profondamente connesso…
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Ho scritto una ventina di spettacoli teatrali e due opere in costume con musiche originali di stampo medievale-rinascimentale.
E per non togliersi niente pure scrittore dilettante, fotografo, scultore e pittore.
In questo sito c’è una panoramica di cose fatte.
Nel mio canale YouTube ci sono circa cinquecento video LIVE di mie performances, spettacoli teatrali, concerti.
E la storia continua.